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Un italiano all'estero Vorrei proporre un semplice gioco. Chi vuole puo' chiudere gli occhi, per calarsi meglio nella situazione (nel caso fatevi leggere il seguito da qualcun altro!). Immaginiamo di trovarci nella nostra citta', nel nostro paese o in un posto che conosciamo bene ed amiamo. Una mattina qualsiasi, dopo la consueta colazione, usciamo di casa per le commissioni quotidiane e improvvisamente ci rendiamo conto che intorno a noi ci sono delle persone nuove, con un colore della pelle diverso dal nostro, chiaramente militari. Li riconosciamo perche' alcuni di loro sono in divisa, altri indossano semplici abiti borghesi ma tutti sono armati. Li incontriamo spesso per strada, incrociamo le loro auto senza insegne, sono nel bar dove andiamo a bere tutti giorni il caffe', alla sera sono spesso alticci ma stringono subito affettuosa amicizia con le ragazze locali. Nessuno ci spiega chi siano e che cosa esattamente siano venuti a fare. Parlando con i conoscenti ci viene detto che sono nel nostro paese per aiutarci. Fanno, infatti, tinteggiare i muri di una scuola (decidono loro quale) e ne sistemano un po' gli interni. Forse ricostruiranno il ponte principale. L'ospedale, si', pensano anche all'ospedale, proprio quello dove un nostro caro parente e' ricoverato. Decidono di ridipingerne gli interni e cambiare qualche vetro. Il direttore gli dice che sarebbe piu' importante rifare il tetto....ma non importa, in fondo sono qui per aiutarci. Fanno eseguire i lavori da un'impresa locale e probabilmente per fare piu' in fretta si decide di rifare tutti i padiglioni insieme...e i malati? il nostro parente?.... momentanemente possono accomodarsi in cortile, si spostano i materassi, le piantane delle flebo e altre poche cose ....ed e' anche piu' fresco. In fondo e' solo per qualche mese (tre). L'impresa a cui sono stati appaltati i lavori finisce, la gente sempre fuori, ma dove sono i benefattori per pagare? a casa loro per le feste? beh, giorno piu' giorno meno, in fondo non stanno cosi' male all'aperto (almeno quelli che, stufi, non se ne sono tornati a casa). Via, andiamo all'aeroporto. Non si puo' piu' entrare in macchina. I parenti che vogliono salutarci non possono accompagnarci. A noi fanno togliere le forbicine (quelle con le punte arrotondate) dallo zainetto della bimba, loro, i benefattori, entrano e escono (in auto), armati e senza controllo, i loro aerei atterrano senza avvisare in anticipo le autorita'. Noi facciamo la coda, ore di attesa, loro non possono aspettare. Come vi sentireste? Protetti? Aiutati? Piu' sicuri? Riconoscenti? Chi ha chiuso gli occhi puo' riaprirli. Il gioco e' finito, torniamo alla realta'. Quella della zona di Gode, a sud dell'Etiopia (Paese indipendente), al confine con la Somalia (Paese musulmano un po' troppo indipendente). La popolazione e' costituita principalmente da somali piu' qualche etiope che e' sceso in queste aree di frontiera per cercare nuove possibilita' di fare affari (piccoli per la maggior parte). I somali, allevano animali, qualcuno lavora per le organizzazioni di cooperazione, altri coltivano dei campi lungo il fiume (cipolle e sorgo, principalmente), qualcuno si occupa della distribuzione del chat (droga leggera, non proibita e molto diffusa), la maggior parte aspetta un'occasione che mai arrivera'. La terra e' arida, la pioggia scarsa e concentrata in due periodi dell'anno, la malaria, la tubercolosi, i parassiti intestinali sono fra le maggiori cause di malattia, il parto e la gravidanza sono un rischio elevato, che si ripete non meno di sei, sette, volte nell'arco di una vita, generalmente breve, spesa a seguire tutte le faccende domestiche. Le capanne sono fatte di fango, paglia e a volte lamiera. Lungo le strade sterrate e polverose, potete trovare, migliaia di sacchetti di plastica abbandonati, magari trasportati da piccoli vortici creati dal vento e dal calore, capre che brucano tutto quello che trovano, mendicanti che imprecano contro se stessi o il mondo, batterie scariche, carcasse di animali, cani... L'elettricita' nelle citta' principale e' garantita da un generatore che funziona a seconda della disponibilita' di carburante. Il volo per la capitale costa circa cinque volte uno stipendio mensile medio. L'ospedale, l'unico nel raggio di migliaia di chilometri, anche dopo l'intervento di rinnovo, e' un guscio vuoto, un involucro, asciugato dal sole, che non racchiude nessuna speranza per chi si ammala gravemente. La sala chirugica, l'ultima volta che l'ho vista, era un magazzino. Da qualche mese in questa zona e non solo, in Etiopia, militari americani, marines di stanza a Djibouti, fanno sentire la loro presenza. La ragione reale e' solo supposta: minacce terroristiche dalla vicina Somalia, addestramento di truppe etiopi, ricerca di petrolio, una nuova conquista nel risiko mondiale, nessuna, una o piu' di queste. Forse non lo sanno neanche loro. I tentativi per farsi accettare dalla popolazione locale sono al limite del ridicolo o del patetico. La cooperazione fatta con il mitra alla mano e' ormai il nuovo trend, le visite nelle cliniche (casupole vuote di tre metri per cinque, sparse nel nulla) con la scorta armata che difende da possibili attacchi, vaccinazioni ad animali senza una logica, interventi fatti in sovrapposizione ed in contrasto con quelli delle organizzazioni che hanno speso anni per cercare la via piu' sostenibile d'intervento, non migliorano certo l'immagine di sopruso e sopraffazione che gli eserciti, anche se in abiti civili, si lasciano dietro. Non e' piacevole neanche per un operatore umanitario, che le armi non sa nemmeno come si usano, passeggiare per le strade di una citta' dove e' facile incontrare persone che si riconoscono per lo stesso colore di pelle, da queste parti facilmente distinguibile, che gironzolano con cinturoni stile Far West (un po' piu' moderni), telefoni satellitari alla mano, pranzano nella Hall dell'albergo con il fedele M16 appoggiato al fianco e dove quando cammini, la popolazione locale ad ogni angolo ti chiede o ti apostrofa "american". Personalmente la sensazione e' che non si sia ne' piu' protetti, ne' piu' sicuri ma improvvisamente si ha la certezza di essere, molto piu' di prima, un bersaglio. Poi si torna in capitale, che in realta' e' proprio un altro mondo, dove la vita, almeno quella piu' apparente e' molto piu' simile agli standard del nostro paese. Addis Ababa e' una citta' con circa sei milioni di abitanti, dove puoi andare al ristorante, al cinema, in palestra, dove i centri commerciali stanno progressivamente scacciando (e schiacciando) le baracche, i mercati e i negozietti della popolazione, quella vera, la maggioranza che si cerca di nascondere o almeno truccare, soprattutto in occasioni in cui gli occhi della comunita' internazionale sono puntati in questa direzione. Non e' inusuale vedere caricare su camion militari bambini di strada e mendicanti per "liberare" le strade principali, attraverso le quali qualche personalita' politica e/o straniera dovra' passare dopo poco. Come in tutte le capitali che si rispettino ci sono sia l'ambasciata sia il consolato italiano. Il quartier generale e' unico, su una delle tante colline di cui e' circondata la capitale, e' una piccola citta' nella citta', anzi ve ne sono diversi di questi atolli sparsi nell'arcipelago di baracche e casupole, perche' ci sono anche quelle di tante altre nazioni il cui grado di sviluppo e' proporzionale al numero di ettari di parco contenuto (maneggio incluso). Quella Americana e' a parte, la sua importanza e' data dal numero dei metri di filo spinato e di container pieni di sabbia a protezione del muro di cinta. Ambasciata e consolato, li ho sempre vissuti, forse un po' troppo attraverso l'immaginario dei libri e dei film, come luoghi dove, in terra straniera, ci possa sentire un po' come in patria, dove se sei in difficolta' puoi sempre trovare un connazionale pronto ad aiutari. Mai credo di essermi sentito tanto estraneo al mio paese. E' un posto, forse piu' base militare che altro, fatto di barriere, visibili ed invisibili. La prima e' quella del cancello, controllato da sei o sette guardiani locali (che parlano pero' rigorosamente italiano). Puoi superarla solo dopo spiegazione di cosa devi fare, attesa, controllo documenti, perquisizione, ritiro del cellulare (la batteria no), consegna della piastrina di riconoscimento e indicazione del luogo dove recarsi, sotto sorveglianza. Poi la barriera dell'auto, in ambasciata entrano solo quelle autorizzate, dopo controllo con specchi per scoprire bombe o clandestini aggrappati sotto. Se entri in auto (possibilmente con autista) emani potere, superiorita', ostentata noncuranza delle quotidiane piccole battaglie che si combattono sul limitare della prima barriera, se sei a piedi ti senti ancora piu' piccolo, insignificante, assolutamente straniero. E' un posto comunque dove la barriera del colore della pelle conta ancora qualcosa, se sei bianco qualcuno ti accenna un saluto, magari ti chiede cosa devi fare, se disgraziatamente sei stato un po' troppo al sole o i tuoi cromosomi non hanno scelto la tonalita' giusta automaticamente scendi di un ulteriore gradino, non sei neanche degno di cortesia. Al consolato, che e' il posto dove si svolgono le attivita' piu' burocratiche, ci si puo' arrivare dopo aver superato la prima trincea-cancello di cui sopra, uno sguardo incredibilmente allo stesso tempo arrogante, scocciato e di superiorita' di un paio di carabinieri che probabilmente pensano di essere in prima linea. Poi ci si deve confrontare con due porte blindate senza maniglie, con apertura dall'interno, sala di attesa con sportelli dotati di vetri antiproiettile ed infine la sincera cortesia del Bel Paese. Si puo' tranquillamente uscire due ore dopo, senza i documenti richiesti, sentendendosi come un ospite molto poco desiderato, sognando di appartenere ad un'altra nazione, avendo perso due giorni di tempo (il primo era chiuso per lavori), e il buon umore per il resto della giornata.
un italiano all'estero |